Considerazioni delle 23.46

È tardi e probabilmente domani mattina mi sveglierò stanca. (considerazione numero uno)

Basta con questa ansia da prestazione che mi prende se per caso leggo qualcosa e lascio traccia di me, tracciatemi e andateveneaffanculo. (numero due)

Ho inconsciamente, in parte, realizzato un mio sogno. Di me sedicenne. Il fatto che io me ne renda conto la sera del sei novembre 2016, invece che esattamente due mesi fa, mi fa pensare a quell’articolo (o era un video, o un’intervista?) in cui veniva spiegato come i virus che ci prendiamo influenzino i nostri comportamenti per garantire la loro sopravvivenza. Insomma… parassita di me stessa and proud to be.

Non so se vedete il collegamento da soli, altrimenti: intendo dire che il virus di “me sedicenne” ha forse in qualche modo influenzato i miei comportamenti e le mie scelte per condurmi esattamente qui, su questo letto scomodo con le buche e con le molle, a fare quello che faccio, per portare a termine il suo losco piano. Quindi ora che ho realizzato tutto ciò, sono forse guarita? O piuttosto passata al secondo stadio dell’infezione?

In ogni caso non me ne renderò conto per un bel po’!

(questa era la considerazione numero tre, che poi in origine era l’unica e sola, ma mentre mi lavavo i denti ho fatto anche le altre)

Adesso posso entrare in modalità “sto andando a dormire” con la piacevole sensazione di aver fatto una cosa di cui avevo voglia, cioè scrivere qua.

Ah, comunque il clafoutis di kiwi alla fine l’ho mangiato, ma mica era un gran che.

Giovanni.

Mio nonno paterno era un uomo di un altro secolo. Odorava spesso di tabacco bagnato e caramelle alla menta. Nazionali, senza filtro, che fumava di nascosto da mio padre e quando non le finiva, le metteva da parte, nelle tasche. Riparava le cose, anche se dopo che lo aveva fatto spesso erano più brutte. Catalogava le fotografie e ci scriveva sopra con il pennarello indelebile, cosa che mi è sempre parsa di una violenza quasi efferata. Mi portava al parco. Usava il bastone. Quando lo investirono gli misero “i ferri” nella gamba, e lui se ne vantava, a volte ne rideva. Forse un po’ per fare dispetto a mio padre, che se ne dispiaceva.
Sul letto di morte chiamò mio fratello e, se le emozioni non hanno lavorato sul ricordo, gli fece un carezza. Gli avevano tagliato un pezzetto d’intestino e messo un sacchetto sul lato della pancia che mia nonna, la donna che lavava i piatti solo dal lato in cui venivano utilizzati, probabilmente non era in grado di mantenere in ordine. Nessuno è mai venuto a dirmi “tuo nonno ha un tumore all’intestino”. Però, insomma, sono quelle cose che non hai mai saputo, ma che nella tua mente di adulto sono così ovvie da farti pensare che, in fondo, qualcuno deve avertele pur dette. Invece no.

Non credo che avesse qualche particolare motivo per non amarmi. Credo semplicemente che per lui gli esseri di sesso femminile fossero altro da sé. Non incomprensibili, non indegni di comprensione, semplicemente così tanto lontani dal sé da non entrare nello specchio delle indagini quotidiane. Almeno non quelle che il nostro secolo di differenza poteva permettere. Almeno non quelle che una bambina poteva comprendere.

Col distacco di chi ha intravisto un uomo nella parte estrema della sua vita e può cercare di conoscerlo solo attraverso la retrospettiva (e ciò che rimane di lui nelle altre persone), mi sono fatta delle opinioni che non valgono niente, proprio come tutte le altre verità. Immagino un giovane modesto-borghese permaloso che ha sofferto pene d’amore e punto nell’animo ha serbato e servito rancore a molte donne come un bimbo capriccioso. Un uomo che ha sposato una donna chiamandola moglie perché aveva bisogno di una cameriera. Poi mi viene qualche dubbio, forse c’è dell’altro, perché come cameriera mia nonna non è mai stata un granché. Un “perbene” che frequentava i bordelli, forse? Dove saranno stati i bordelli del tempo in città, poi? Se dopo tutto questo mi sento in colpa, allora immagino un ragazzo scampato per miracolo a due guerre che gli hanno decimato la famiglia, che ha imparato che l’onore non serve proprio a niente sottoterra e mentire a chi ti mente non è peccato. Un uomo che da solo in mezzo alla disperazione si è trovato una direzione. Un’intelligenza geniale disposta a farsi credere aguzzina, pur di avere un po’ di pace. Una capacità indomita di sopravvivenza e adattamento alla quale io devo, bene o male, la vita.

Tante cose non me le posso ricordare, per tanti motivi. Non posso ricordarmi le domeniche allo stadio, dove non siamo mai andati insieme, come non posso ricordarmi se sorrise la prima volta che mi vide. Mi ricordo le sue mani magre, i capelli bianchi (sarà stato biondo da ragazzo), l’orologio dorato, gli occhiali, la macchia scura sulla tempia.

Non posso rivederlo nei gesti degli altri perché l’ho conosciuto troppo poco e troppo tardi. Posso solo ascoltarlo nelle parole e sopratutto nei silenzi degli altri. Sembra che abbiano poca voglia di parlare di lui. Non lo so, non si sceglie a chi assomigliare nella vita. Fra i parenti, intendo. Non si sceglie nemmeno chi si sarà dopo morti, lo decidono gli altri. Magari è una delle cose che mi ha insegnato senza saperlo.
Si chiamava Giovanni. Se ci fosse una storia su di lui la leggerei, se la scrivessi io, non esisterebbe più.

il colonnello buontemponi

La finestra era grande e rettangolare, me lo ricordo ancora. Sulla parete di fronte alla cattedra, in fondo alla classe. I banchi li mettevamo a ferro di cavallo e quindi se giravo la testa a sinistra vedevo la lavagna nera, se  la giravo a destra vedevo il cielo sopra i tetti. A volte, quando era primavera e quasi estate, facevamo lezione con la finestra aperta. Mi ricordo: si vedevano i tetti delle case più basse, ma poi sopratutto cielo e a sinistra un monte, che in primavera era tanto tanto verde. In quarta elementare o giù di lì, arrivò il maestro di musica con il metodo. Da quando era arrivato non si poteva più cantare o scrivere le note colorate come avevamo sempre fatto, bisognava usare il metodo e dire “ta”, “ta-ta-ta” e “tiri-tiri-ta”. E anche battere le mani. E non cantare mai. Allora quando lui entrava in classe, io giravo la testa a sinistra e guardavo l’azzurro del cielo e il verde del monte, e guardavo anche le rondini e le ascoltavo cantare, mentre tutti gli altri facevano “ta ta ta” che a pensarci bene, proprio niente aveva di musicale. Così una mattina il maestro con il metodo, che si arrabbiava spesso e ci diceva che lo facevamo stancare molto, esasperato dalla mia nuca, fece chiudere la finestra e mi disse di smettere di guardare sempre fuori, come il colonnello buontemponi. Grande imbarazzo, per di più che la mia attenzione non era per niente necessaria e il colonnello buontemponi proprio non esiste. Così, insieme al canto delle rondini,  anche l’ultima traccia di musica restava fuori dalla finestra.

Palinsesti

Cosa succede ai ricordi delle persone che non si conoscono più? Dove vanno a finire? Chi li raccoglie? Un giorno arriva qualcuno che prende un treno e percorre il paese del cuore e vede tutto e sceglie cosa vedere e cosa raccontare (no,no niente interpunzioni, sono attività simultanee). E poi scrive un libro pieno di ricordi finti, che potrebbero anche benissimo essere veri, anzi che sono veri proprio perché sono finti, ma a nessuno importa che siano veri o che siano finti. Non importa quante ragazzine per bene con gli occhiali diranno che la verità è importante per far bella figura davanti alla maestra. A nessuno importa. Né della verità, né della bella figura e sotto sotto nemmeno della maestra.

Libri con vite intere. Ricordi corredati di foto, biglietti di ingresso al teatro, al cinema, ricevute delle cartolerie; tutto un grande, immenso puzzle per ricostruire la vita di nessuno e di ciascuno. A nessuno importa.

odio l’estate

sinceramente stasera avrei proprio bisogno di sentirmi a casa mia.
non solo a casa, ma proprio a casa mia. di conoscere gli odori e anche i rumori, sapere chi sta salendo le scale, quale programma sta guardando in tv il vicino.
sapere in che ordine verranno compiute le azioni della sera.
avrei anche bisogno di 10 minuti di quell’estate che era quasi troppo lunga da diventare noiosa, di quel precisissimo rumore dei sandali di plastica sulla pietra grigia del marciapiede della stazione, del verde della panchina fresca, le rondini in cielo, il bianco del sale sulla pelle.
i pastelli con su scritto il nome

l’estate scorsa è stata fulminea e fulminante. ricordo la birra nei bicchieri, il sellino della bicicletta, il muro scrostato, il vaso riparato che io ho rotto, una casa che non era la mia, colori, rumori e odori nuovi che volevo scoprire immaginandoli come se fossero sempre stati lì.
ho imparato a lasciare perdere. e ho imparato che lasciare perdere non è il mio modo di essere, non è il mio modo di vivere, quindi ironicamente e linearmente, meglio lasciar perdere. ma, le cose mie, restano mie.

questa sera è lunga un secolo…
spero passi in fretta

(mi mancano le rondini)

uno zettel di troppo

non so se è una mano o uno sguardo, quello che non c’è. chissà cosa diresti se mi vedessi col vestito che ho comprato oggi. domenica sera c’era una mano calda sui fianchi, in effetti era davvero molto calda. perché è così dura volersi bene per quello che si è?

comunque il ronzio di una zanzara non basta a farmi sentire a casa, ma per non dormire sì!
forse è non vedere il tuo sorriso tra quello dei tuoi amici.
saranno pregiudizi, ma mi sembra che qui anche le zanzare siano più stupide. qui nella patria degli stupidi zettel e dei loro stupidi autori. autori furenti di furtivi zettel.
la mia coinquilina ha cominciato la guerra con uno zettel e non sa ancora a cosa sta andando incontro. il suo adorato cavallo la dovrà consolare a suon di zollette leccate via.

concentrandosi però sul fatto che tra 15 giorni prenderò un respiro e che mi sono portata un po’ avanti con le idee, un po’ meno coi fatti, direi che il bilancio è positivo. in pari, quanto meno. i frutti di questa estate arriveranno nel tardo settembre, forse ottobre, tanto vale mettersi l’anima in pace e aspettare.

forse non manca niente, è solo la condizione naturale delle cose.
non trovare e non cercare sono simili, ma non sovrapponibili.

so che ve lo stavate chiedendo tutti, ebbene! non è bastata la tempesta di 10 giorni fa, e nemmeno il temporale di venerdì, le mutande sono sempre lì, sul cespuglio, impertinente vessillo a memoria di ciò, che sempre, c’è di più bello e più importante nella vita. il culo.

vertigo

piove, non sulle tamerici, ma sul cespuglio davanti alla mia finestra. e sulle mutandine di pizzo viola che vi si sono depositate sopra da quella che ormai è una settimana.
mi diverto a immaginare come ci siano finite: un incontenibile guizzo di passione, o forse di gelosia… le aveva tenute come trofeo nel taschino della camicia, troppo sbronzo per accorgersi che sarebbe stato impossibile non notarle. oppure fare il bucato era diventato troppo noioso…
io ho buttato via la mia giornata libera in modo piuttosto stupido e quindi l’insoddisfazione per il mio comportamento è palpabile e mi impedisce di attivarmi.
l’ho buttata dalla finestra, chissà che si è adagiata sul cespuglio di qualcuno.

pensavo a quel giorno che ci avevano riservato quella cameretta di legno in cima alle scale a chiocciola. era molto romantica, c’era una finestrella e si vedevano gli altri tetti. hai fatto come i gatti, hai annusato l’aria, ti sei guardato intorno, e poi hai detto, andiamo via. così siamo finiti giù al piano terra, in una cameretta di plastica gialla, con una grande finestra da cui si vedevano i muri. erano di mattoni rossicci.
abbiamo fatto la doccia e poi, niente, non ci siamo riusciti, non è grave. forse hai detto qualcosa di simile, ma a cena c’era il vino rosso ed eravamo in un grande tavolo, tutti accaldati.

e poi quella volta, quando non c’eri, io sulla torre ci sono salita due volte. ho portato bene a spasso il mio magone.

la mente vuole dare un senso a questi, che non sono altro che fatti, che forse accadono senza significato. non c’era bisogno però, di buttarla tanto a male!

oggi con la scusa della colla sono andata a casa sua, che scusa sciocca. comunque sia, a far passare le vertigini agli uomini, c’è sempre lei che cade giù dalla torre, quindi torniamo a casa, tu con le tue vertigini, e io con le tasche vuote.