piccoli tesori crescono

Ci sono ricordi che voglio portare segretissimi dentro di me e ricoprire di carezze e respiri caldi, per trasformarli in bellissime perle. Messaggi dentro le bottiglie in un mare di bottiglie, non c’è posto migliore dove nasconderli. In ordine sparso, sacri e profani, ad libitum.

Quella mattina che ci siamo svegliati in una cornucopia di coperte calde come la pancia e tutta la casa era avvolta nel silenzio della neve. La musica del pianoforte che suonava solo per noi e filtrava piano attraverso le pareti, con solo i respiri come metronomo. Dalla finestra del bagno si vedevano i fiocchi di neve cadere al rallentatore, che da dentro la vestaglia che pizzica sembravano ancora più morbidi, e tra le misteriose finestre del cortile interno, alla rinfusa, le pentole impiliate illuminate dalla luce gialla della cucina, nel disordine dell’abbondanza. Abbiamo ballato sul parquet tiepido, che sembrava partecipare pure lui con i suoi scricchiolii dolci, una danza che nel dizionario la puoi trovare solo sotto la parola “spontaneo” da tanto che ci calzava bene, come la pelle. Io avevo le calze grige spesse, quelle di lana.

Quel pomeriggio che, pulite, in mutande nel lettone mangiavamo i tronky (mi sembra che ci fosse una coperta azzurra) e sulla scatola abbiamo grattato il sette e mezzo e abbiamo vinto un miliardo di lire e abbiamo iniziato a saltare sul letto. Per me un miliardo di lire erano solo tantissime banconote da mille lire e magari anche qualcuna da diecimila, ma che gran bella sensazione. Per me le avremo per sempre vinte, anche se ovviamente non è vero. Io, una volta nella vita, ho vinto la lotteria. Ho vinto la lotteria dei ricordi.

Quel momento che era buio, era notte, ed io ero solo calore, solo anima e in certi punti dove mi toccavi secondo me facevamo la luce. Eravamo sia asciutti che bagnati, nello stesso momento completamente assenti e completamente presenti, ci vedevamo ad occhi chiusi anche se era buio, forse era solo qualche secondo, ma il tempo non è niente e secondo me facevamo la luce.

Quando avevo paura e mi portavo dietro gli occhiali di cellulosa tartaruga che usavi da casa; quando ero ancora sveglia se facevi le notti. E insieme a questi i pomeriggi ai giardini pubblici, le mattine bellissime in cui non andavo all’asilo, la prima volta al cinema (che me la sogno ancora), gli occhiali da sole da gatta con le lenti rosse, i pantaloni con le rose stampate e i succhini alla pera, ma continuare all’infinito…

Quando il sellino sulla bicicletta era ancora davanti, di cuoio imbottito nero e liscio, bisognava fidarsi ciecamente, che già di per sé è una delle cose più belle della vita. E poi i fuochi d’artificio coloratissimi sull’asfalto grigio, che però sembrava sempre un po’ viola. E poi bisognava andare alla velocità giusta, non troppo veloci, non troppo lenti come i dischi con lo specchio che mi facevi girare ogni tanto. Mi piaceva suonare il campanello. Si poteva fare, ma non troppo.

le mie perle segrete, che si formano strato dopo strato, di gioia e dispiacere, preziose.

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