odio l’estate

sinceramente stasera avrei proprio bisogno di sentirmi a casa mia.
non solo a casa, ma proprio a casa mia. di conoscere gli odori e anche i rumori, sapere chi sta salendo le scale, quale programma sta guardando in tv il vicino.
sapere in che ordine verranno compiute le azioni della sera.
avrei anche bisogno di 10 minuti di quell’estate che era quasi troppo lunga da diventare noiosa, di quel precisissimo rumore dei sandali di plastica sulla pietra grigia del marciapiede della stazione, del verde della panchina fresca, le rondini in cielo, il bianco del sale sulla pelle.
i pastelli con su scritto il nome

l’estate scorsa è stata fulminea e fulminante. ricordo la birra nei bicchieri, il sellino della bicicletta, il muro scrostato, il vaso riparato che io ho rotto, una casa che non era la mia, colori, rumori e odori nuovi che volevo scoprire immaginandoli come se fossero sempre stati lì.
ho imparato a lasciare perdere. e ho imparato che lasciare perdere non è il mio modo di essere, non è il mio modo di vivere, quindi ironicamente e linearmente, meglio lasciar perdere. ma, le cose mie, restano mie.

questa sera è lunga un secolo…
spero passi in fretta

(mi mancano le rondini)

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uno zettel di troppo

non so se è una mano o uno sguardo, quello che non c’è. chissà cosa diresti se mi vedessi col vestito che ho comprato oggi. domenica sera c’era una mano calda sui fianchi, in effetti era davvero molto calda. perché è così dura volersi bene per quello che si è?

comunque il ronzio di una zanzara non basta a farmi sentire a casa, ma per non dormire sì!
forse è non vedere il tuo sorriso tra quello dei tuoi amici.
saranno pregiudizi, ma mi sembra che qui anche le zanzare siano più stupide. qui nella patria degli stupidi zettel e dei loro stupidi autori. autori furenti di furtivi zettel.
la mia coinquilina ha cominciato la guerra con uno zettel e non sa ancora a cosa sta andando incontro. il suo adorato cavallo la dovrà consolare a suon di zollette leccate via.

concentrandosi però sul fatto che tra 15 giorni prenderò un respiro e che mi sono portata un po’ avanti con le idee, un po’ meno coi fatti, direi che il bilancio è positivo. in pari, quanto meno. i frutti di questa estate arriveranno nel tardo settembre, forse ottobre, tanto vale mettersi l’anima in pace e aspettare.

forse non manca niente, è solo la condizione naturale delle cose.
non trovare e non cercare sono simili, ma non sovrapponibili.

so che ve lo stavate chiedendo tutti, ebbene! non è bastata la tempesta di 10 giorni fa, e nemmeno il temporale di venerdì, le mutande sono sempre lì, sul cespuglio, impertinente vessillo a memoria di ciò, che sempre, c’è di più bello e più importante nella vita. il culo.

vertigo

piove, non sulle tamerici, ma sul cespuglio davanti alla mia finestra. e sulle mutandine di pizzo viola che vi si sono depositate sopra da quella che ormai è una settimana.
mi diverto a immaginare come ci siano finite: un incontenibile guizzo di passione, o forse di gelosia… le aveva tenute come trofeo nel taschino della camicia, troppo sbronzo per accorgersi che sarebbe stato impossibile non notarle. oppure fare il bucato era diventato troppo noioso…
io ho buttato via la mia giornata libera in modo piuttosto stupido e quindi l’insoddisfazione per il mio comportamento è palpabile e mi impedisce di attivarmi.
l’ho buttata dalla finestra, chissà che si è adagiata sul cespuglio di qualcuno.

pensavo a quel giorno che ci avevano riservato quella cameretta di legno in cima alle scale a chiocciola. era molto romantica, c’era una finestrella e si vedevano gli altri tetti. hai fatto come i gatti, hai annusato l’aria, ti sei guardato intorno, e poi hai detto, andiamo via. così siamo finiti giù al piano terra, in una cameretta di plastica gialla, con una grande finestra da cui si vedevano i muri. erano di mattoni rossicci.
abbiamo fatto la doccia e poi, niente, non ci siamo riusciti, non è grave. forse hai detto qualcosa di simile, ma a cena c’era il vino rosso ed eravamo in un grande tavolo, tutti accaldati.

e poi quella volta, quando non c’eri, io sulla torre ci sono salita due volte. ho portato bene a spasso il mio magone.

la mente vuole dare un senso a questi, che non sono altro che fatti, che forse accadono senza significato. non c’era bisogno però, di buttarla tanto a male!

oggi con la scusa della colla sono andata a casa sua, che scusa sciocca. comunque sia, a far passare le vertigini agli uomini, c’è sempre lei che cade giù dalla torre, quindi torniamo a casa, tu con le tue vertigini, e io con le tasche vuote.