non so se voglio ma vorrei

Seduta sul divano, nell’oscurità,un po’ di musica lieve lieve, facendomi accarezzare dalla corrente che abbiamo creato aprendo tutte le finestre di casa, per far uscire un po’ di quei 40 gradi che erano entrati di soppiatto, strisciando per tutte le fessure. Le luci tatticamente spente per limitare gli insetti, visto che evitarli non si può. E’ così piacevole. Dopo una bella cenetta accoccolate sul terrazzo, a mangiare una pizza a lume di candela e fare un po’ di chiacchiere “da signore”. Alla fine ci vuole poco nella vita.

Così mi arriva anche l’ispirazione e la melancolia, che poi dicono che sia una cosa buona, e penso alle possibilità della mia vita in potenza e a cosa fare per manovrare il mio destino. Per ora non ho avuto grandi illuminazioni, ma come ho già, detto l’intera casa è al buio.

Il festival, come sanno quasi tutti ormai, è stato un gran successo. Dal canto mio, posso solo dire che la cosa si è conclusa con uno zero a zero e ritirata strategica. Ho resistito solo alla conferenza di Eco e Bartezzaghi; poi ho dato forfait. Mi dispiace, mea culpa, ma non ce l’ho fatta. Dopo che un’amica che era con me è stata letteralmente e fisicamente aggredita da una squinzia che voleva accaparrarsi un posto a sedere (tra l’altro a discapito di una povera signora anche piuttosto anzianotta), dopo una giornata faticosa, un esame, il tirocinio, le pulizie della camera, l’aggressione fisica è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso! Quindi, come si direbbe in gergo tecnico, li ho mandati tutti a cagare e sono andata a vedere quanto è bella Piazza Maggiore la sera, dagli scalini di San Petronio.
Insomma, nulla di fatto… Ho abbandonato il campo, complice il caldo (che sabato mi sembrava opprimente, ma paragonato a ieri era solo un tepore primaverile), ho persino rinunciato all’idea di mettermi in coda per Grossman, e assicuro che per me si tratta veramente di una grande rinuncia, ma era insostenibile. Per fortuna non sono stata l’unica,e persino Ezio Mauro si è scusato con me e le migliaia di persone rimaste in piedi sotto il sol leone…( Anche se io ero in realtà svaccata sul divano a guardare osceni programmi in tv, ma questo Ezio Mauro non lo deve sapere!)
E comunque questo fine settimana me la sono proprio goduta, ovviamente dopo le 18. Ho persino scoperto che riesco a soportare il cibo piccante, quello segnalato come molto piccante su un menù di un ristorante messicano, quindi fate voi!! Mi piace stupirmi. E instupidirmi a quanto pare.

Poi ho incontrato per caso vecchi amici, un incontro che ha risvegliato la mia produzione inconscia di ferormoni -no che è successo niente!- ma alcune parti del corpo che avevo messo momentaneamente in stand by hanno dato segni di vita. Di questa ultima frase mi vergogno molto, ma mi hanno detto di scrivere senza pensarci troppo, e allora…
Anche se la parte in stand by è fondamentalmente quella parte del cervello che dovrebbe dirti “mettiti in gioco”.

Infine il titolo, lo dico, non è una malfatta citazione di Battisti, ma di una canzone dei Bud Spencer Blues Explosion, che ho potuto sentire con mia grande gioia (come ha detto il ragazzo dietro di me e come d’altra parte ho sempre sostenuto anch’io “questi ti aprono il culo” -ehy che post scurrile-) ieri sera, live qui a Bologna (che non delude MAI e anche quando capita, lo fa in  un modo tutto suo).
.non so se voglio ma vorrei.   Frase passepartout di questi giorni in cui i dovrei si affollano.

Festival o non festival?

Cosa c’è di meglio di una buona colazione per cominciare la giornata? Forse solo un bel pensiero come primo della mattina! Bisogna avere un po’ di fortuna, se ti capita però sei a posto per tutto il giorno!

Questo fine settimana a Bologna ci saranno un sacco di eventi: c’è il festival di Repubblica. Non so se dare sfogo alla mia parte secchiona ed essere al settimo cielo, o a quella leopardiana/nichilista, convinta che sarà la solita cosa all’italiana. Per ora mi limito ad alimentarle alternativamente.

Anche perché quando ci sono questi festival, si verificano principalemente due scenari. Nel primo, quando gil eventi sono a pagamento, succede che i biglietti finiscono misteriosamente dopo 2 ore dall’inizio della vendita, anche se poi c’è sempre qualcuno che riesce ad ottenerli e non si sa come, probabilmente distribuendo favori sessuali o vendendo organi al mercato nero. In questo caso, a parte una prima delusione iniziale a cui si può facilmente rimediare lamentandosi davanti a una birra con gli amici fidati (e malcapitati), non ci sono altre particolari ripercussioni. Nel senconda caso, invece, c’è un’ampia varietà di castrofi che si possono facilmetne generare a seconda del contesto situazionale e in particolare a seconda della situazione metereologica.

Sendo caso: Festival con eventi ad entrata libera, fino ad esaurimento posti. L’apocalisse.
Questo significa che se vuoi andare a vedere qualcosa, dovrai presentarti almeno 45 minuti prima, che possono diventare molti di più a seconda dell’importanza dell’evento, restare in “coda”, che non sarà una coda perché siamo in Italia e la gente è tendenzialmente maleducata, e dovrai cercare di trattenerti dal litigare con le persone che compiranno atti osceni come pestarti i piedi, urlarti nelle orecchie, indirizzarti boccate di fumo dritte in faccia, toccarti ripetutamente, infilarti gomiti nel costato, eccetera eccetera.
Inoltre la capienza della sala non soddisferà proprio nessuno e non dimentichiamoci degli “accreditati” che entreranno probabilmente su un tappeto di corpi umani facendosi beffe di te e delle forze che piano piano ti stanno abbandonando.
Se riesci ad entrare soffrirai talemente il caldo e la posizione scomoda che probabilmente non ti godrai niente, mentre se resti fuori lo sconforto sarà tale (viste le energie spese) che passerai il tempo a sperare che il pavimento collassi o che il relatore abbia un improvviso abbassamento di voce o che, la più cattiva di tutte, la conferenza sia mortalmente noiosa.
In più dovrai cercare di uscire dalla folla che ti attanaglia, come te arrabbiata e sconfortata e quindi molto molto irascibile. E porterai a casa i lividi.
Io lo so, me lo sento, che sarà questo il caso. Senza contare il caldo previsto per sabato.

Alla fine, quando si tratta di andare o no ad un festival, non so mai cosa pensare, dovrei fare la snob alla moda e dire che non sono altro che specchieti per allodole superficiali che vanno a questi eventi solo per twittare in quella sede foto e commenti esilaranti? O dovrei adeguarmi all’opinione intelletuale caritatevole di chi si sente comunque superiore e pensare che sono ottime opportunità per mettere in contatto con la “cultura” e l’informazione i cittadini comuni? Non lo so, questo dilemma si potrebbe tramutare in un vero è proprio problema d’identità….
E poiad un conferenza rivota al grande pubblico, sentirò qualcosa di veramente interessante? O informazioni che potrei comodamente recuperare conuna maratona di SuperQuark sul divano di casa?
La cosa che mi paice di più rimane comunque quella di poter vedere la gente in faccia. Capire quanto spazio fisico occupa Tizio Caio, sentire il tono di voce di Pinco Pallo. Così mi ricordo che sono esseri umani, che sono proprio come me e quindi non devo mai smettere di pensare, perché chissà… se una volta ne imbrocco una buona, potrei anche fornire un contributo.
Anche se a volte attraverso questo meccanismo alcuni miti si infrangono; lo scrittore più poetico risulta un gran spochioso e quando rileggi il passaggio del libro che tanto ti emoziona, qualcosa inizia a suonare un po’ meno affascinante.

Per essere sincera devo dire però che l’idea del festival in sé mi affascina. Innanzi tutto mi piace la parola. Festival. Poi mi piace pensare alla gente che si muove per partecipare, parte da casa sua col pranzo al sacco, viaggia per chilometri ed arriva in una città che magari non conosce per partecipare a questa sorta di riti iniziatici… immagino queste carovane in viaggio, un po’ come qualcosa di epico e d’altri tempi. Ovviamente è qualcosa che è solo nella mia immaginazione, ma dona alla parola festival un fascino aggiuntivo.

Quindi? Ai post-eri (ah ah ah!) l’ardua sentenza, magari racconterò la mia esperienza, se avrò il coraggio di farla, prossimamente!

il cielo azzurro

Avrei voluto scrivere della frustrazione. Della frustrazione, della solitudine e della rabbia e dire delle cose intelligenti e molto profonde. Del suicidio, della morte, della vita. Del dolore, altrui. Invece non ho scritto niente, perché non avevo coraggio di argomentare fra me i miei stessi pensieri, perché a volte mi sembra di essere invadente anche solo pensando certe cose.
Poi avrei voluto scrivere del terremoto, che ci ha fatto ballare tutti e in tutti i sensi, ma anche in quel caso parlare delle esperienze altrui, unite alle mie, mi sembrava un’invasione di campo. Probabilmente ho un forte senso della riservatezza.

Adesso, invece posso scrivere, perché il cielo è azzuro e gli avvenimenti oscuri sono alle spalle, o davanti a me, ma ancora indistinguibili. Adesso il cielo è azzurro, in Piazza Maggiore viaggiano delle musiche jazz che arrivano persino alla mia scrivania. E sorrido, perché l’entusiasmo che mi ha colpito questa mattina non si è ancora smorzato! Anche se la fine della primavera si porta sempre un po’ dietro quella nostalgia di cose quasi finite, di occasioni mancate, che il 15 d’Agosto si porterà via con la calura.
Le suderemo tutte fuori!