Sentimento atavico

Se in un manicomio ci danno da leggere il diario di un paziente, tutte le sue farneticazioni e invenzioni, ripensamenti, cancellature, non sarebbero altro che inconfutabile prova della validità della triste diagnosi: schizofrenia.
Lo stesso diario, battuto a macchina con una bella copertina, visto in vetrina in una strada del centro è il capolavoro, magari il grande classico della letteratura che tanto ci cattura e affascina.
Follia o fantasia. E in fondo metto il punto, ma non quello interrogativo.
Non me lo sono inventato io questo paradosso, l’ho letto nel libro in cui per ora non c’è traccia né del maestro, né di Margherita, ma l’ ho trovato illuminante.

E’ fra due poli che sento la mia vita oscillare. Non che mi ritenga un genio, né folle, ma cambiare angolazione muta radicalmente la realtà.
Tenere dietro a quegli impegni che ho preso per giustificare il fatto di essermi alzata dal letto. O il contrario.

Un turbinio di pensieri. Li faranno tutti, mi dico. Magari sono gli ormoni che oscillano, ma non è così male come molti credono; la cosa è affascinante, perché mi ricorda che sono un animale e quindi voglio vivere nel senso ancestrale del termine.

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Ipotesi: Scrivere è terapeutico.

Scrivere un nuovo post, sul nuovo blog, bevendo un caffè bollente è proprio così figo come ci fanno vedere nei film.
Ok, non “così” figo, dato che il mio pc non è un fiammante ultimo modello donato dagli sponsor, ma un adorabile macinino che ha persino il cavo dell’alimentazione logorato (cosa che, una volta trovata la posizione giusta, non mi permette di muoverlo, o di schiacciare i tasti troppo forte), io non ho l’aspetto patinato degli attori appena alzati (ma questo ormai è un cliché), il mio caffè essendo della moka non è eterno, né autorigenerante, e lo avevo già finito alla seconda riga. Ma tant’è.
In più guardando dalla finestra davanti a me vedo la chioma verde speranza di due alberi che si staglia contro un cielo azzurro con qualche nuvoletta bianca, che è un ottimo panorama per una modesta finestra di città, per cui mi ritengo fortunata.

Quando hai appena aperto un blog e cerchi di raccogliere le idee in modo da rendere comprensibile lo stream of consciousness che ti attraversa costantemente la testa, ti capita di pensare che la vita dei personaggi fittizi che tengono un blog sia molto più interessante e pregnante della tua. La così detta sindrome del “Non mi succederà mai nulla di così interessante, la mia vita è noiosa”. E la coincidenza fortuita nella vita reale è sempre negativa: ti lasci andare ad un commento maligno proprio sulla persona che è dietro di te, esci di casa e vedi sfrecciare davanti alla fermata l’autobus che non riuscirai più a prendere, scendi a prendere un gelato ed incontri proprio quell’odioso a cui avevi rifilato una scusa improbabile per non uscire.

Ma tutto questo entusiasmo?

Ieri sera, mentre mi cullavo nel mia insignificanza, ho deciso di andare a letto presto, per non avere scuse per continuare a posticipare la sveglia di cinque minuti in cinque minuti.
Come ogni volta in cui si va a letto presto, all’una e mezza mi stavo ancora rigirando in preda ai pensieri più critici e negativi sulla mia vita, i miei difetti e le mie mancanze, così decido di mettere in atto la mia tecnica anti-insonnia più efficace: prendo la prima cosa che c’è sul mio comodino e inizio a leggere cercando di non sbattere le palpebre, ad un certo punto diventa così fastidioso che devo chiudere gli occhi a tutti costi e il sollievo mi culla dolcemente nel sonno.
Così, stremata, mi addormento.

Quello che voglio raccontare, però, non è come alle tre e mezzo di notte io sia stata svegliata dalle urla disperate di quello del piano di sotto che cercava di convincere il carro attrezzi a non portare via la sua mastodontica BMW, o come l’addetto alla rimozione, forse per vendetta, abbia lasciato risuonare per ben 25 minuti quel simpaticissimo segnale di macchinario in manovra mentre aspettava il proprietario che, viste le tempistiche, si era probabilmente fermato anche a fare una colazioncina veloce. Né tanto meno quando, dopo meno di un minuto di agognato di silenzio, mi ero ormai ridistesa sotto il tepore del mio piumino e -sorpresa!- iniziano a passare le macchine per la pulizia delle strade (ah, ecco perché il carro attrezzi!) scortate, vi giuro, da due, e dico due, addetti alla pulizia dei tombini muniti di quei tuboni che sparano rumorosamente aria per spostare le foglie.
(A questo punto, lo specifico per dovere di cronaca, ho improvvisato un balletto davanti alla finestra, condito da numerosi improperi,  nel non poi tanto inconscio tentativo di svegliare anche le miei coinquiline, che a quanto pare hanno il sonno molto più pesante del mio.)
Quello che voglio raccontare è (finalmente!) che, rimessami a letto per la seconda volta, ho fatto un gran respiro profondo e ho improvvisamente pensato che questa sarebbe stata una buona sotriella da raccontare sul mio blog! Certo, uno di quegli aneddoti sfigati dove ti senti di poter far uso di un po’ di sano vittimismo, ma comunque… Decisamente più rilassata e quasi sollevata dall’idea di alzarmi l’indomani e poter descrivere l’accaduto, ho ripreso subito sonno, cosa che non avrei mai sperato altrimenti.

Quindi, beh… eccomi qua tutta giuliva a scrivere bevendo il caffè.
Ne deriva che scrivere (o farne proposito) è terapeutico. C.V.D.

A fresh post

Ho deciso di aprire un blog venti minuti fa, uscita dal supermercato, mentre tornavo a casa da una -nontroppointensa- giornata di lezioni.
Non so bene cosa mi abbia preso, forse il cielo finalmente azzurro dopo interminabili pomeriggi grigi di pioggia, o forse sono solo suggestionata dal libro che sto leggendo e ho narcisisticamente pensato che sarebbe bello avere degli sconosciuti come lettori dei miei pensieri privati. Mantenendo l’anonimato,perché, per l’appunto “narcisisticamente”, la mia vera identità la rivelerei solo una volta diventata una blogger famosissima, quando si tratterà di vendere i diritti per il film. Comunque manterrei anche in quel caso un atteggiamento distaccato, da vera diva di altri tempi.
E dire che mi stavo sforzando di non cominciare nessuna frase con una congiunzione, ma con le ultime due, me la sono decisamente giocata.
Tornando a noi, questo blog non avrà un argomento preciso, sarà solo una raccolta di pensieri e considerazioni di una ventitreenne che non si prende troppo sul serio. E poi (ben due! vabbé ormai è andata) dicono che scrivere sia terapeutico, ed io sono troppo pigra per tenere un diario.

Ho deciso che oltre all’anonimato, manterrò anche il segreto su questo blog, verso tutti, parenti e amici indifferentemente, perché vorrei esprimermi completamente, senza aver paura di ferire nessuno, o almeno nessuno che conosca. Una delle varie autogiustificazioni che stavo trovando lungo la strada di casa, è il fatto che, nonostante mi renda conto che non sia vero, almeno non completamente, ci sono momenti in cui sono fermamente convinta che non ci sia nessuno ad ascoltarmi. Come possa io, in una città brulicante di persone e studenti come Bologna, soffrire la solitudine, resta un paradosso da XXI secolo, ma, complice un anno passato all’estero -fantastico!- che è caduto sui legami più fragili come la lama di una ghigliottina, e la scelta di tutti (tutti!) i vecchi amici che studiavano a Bologna di lasciare la città per altri lidi… beh, va da sé che la mia routine è molto più monotona del solito.
Non che io sia convinta che scrivendo un blog insignificante le cose cambieranno, o farò conoscenza di qualche faccia nuova, ma almeno il mio ego non soffrirà più così tanto nel vedere cadere nel vuoto quelle che ritiene brillanti considerazioni.

A quanto pare il mio blog inizia con due decisioni, il che dona alla cosa un certo tono epico, che mi piace.

E lo dico con ironia.